Uscire di casa anche se disabile: superare le barriere architettoniche e psicologiche

Quante volte, nella nostra casa, ci sentiamo talmente al sicuro, protetti, coccolati, da desiderare di rimanerci a lungo, entrando a tal punto in confidenza con le nostre pareti domestiche tanto da parlarci, quasi, e da identificarle come una persona confidente, con cui condividere tutti i nostri sentimenti ed entusiasmi?

E’ chiaro, però, che questa sensazione di appartenenza e di piacere non deve confondersi con il senso di vita e vitalità che, in ogni caso, deve avere il sopravvento in ciascuno di noi poiché, se è vero che la casa ci rincuora e ci rassicura, è pur vero che il mondo è fuori dalla nostra campana di vetro (o cemento…) protettiva, e bene o male dobbiamo affrontarlo tutti i giorni, con forza e determinazione.

Queste sono considerazioni che all’apparenza possono sembrare scontate, quasi banali, poiché ciascuno di noi bene conosce le regole della vita in comune, e le affronta quotidianamente andando al lavoro, o a fare la spesa, o negli ambiti comunitari per studio, culto religioso, sport o altro ancora. Tutto questo per le persone cosiddette “normali”, ma per un disabile, purtroppo, ogni movimento è problematico, a volte insormontabile.

Ci siamo mai chiesti, per esempio, quanto può essere difficile anche solo uscire di casa ogni giorno, per una uomo o una donna con gravi handicap? Quante e quali barriere architettoniche e psicologiche devono affrontare, pur in un mondo dove solidarietà e senso civile hanno sicuramente un buon rispetto?

Già a partire dal proprio pianerottolo, il disabile deve subito combattere con i primi nemici del suo stato di handicap: qualche scalino, la mancanza di un ascensore idoneo o l’assenza di un valido e capace accompagnatore rendono, a volte, davvero impossibile l’accesso all’esterno. Per non parlare poi di marciapiedi stretti, gradini alti, selciati improponibili per carrozzine o deambulatori: insomma, un vero e proprio mondo di barriere architettoniche che purtroppo possono spingere anziani e disabili a non voler più uscire di casa, finendo per non relazionarsi più con il mondo esterno e perdendo totalmente la loro autonomia, dipendendo in tutto dagli altri, con gravi danni psicologici poiché viene inibita la possibilità di avere ancora una vita sociale che sicuramente gioverebbe dal punto di vista psichico-fisico, relazionale, occupazionale e li farebbe sentire efficienti.

C’è ancora molto da fare, purtroppo, per abbattere totalmente le barriere architettoniche in case e condomini: e allora, in attesa di norme più severe, e lavori edilizi più consoni alle esigenze di tutti, confidiamo nella solidarietà e civiltà delle persone che circondano l’anziano o il disabile, facendoli sentire più protetti e meno soli: un bell’esempio è stato dato lo scorso ottobre in una scuola di Roma quando tutta una classe, compresi i genitori dei ragazzi, hanno agito nei confronti della decisione di far uscire prima un loro compagno disabile poiché mancava l’insegnante di sostegno: “Se esce uno, usciamo tutti”, è stato il coro unanime, e così è stato!

Anche questo è, in effetti, un grave ostacolo che, purtroppo, anziché arginarsi si sta ampliando sempre di più: in molti istituti scolastici, mancano di fatto gli insegnanti di sostegno, costringendo spesso i ragazzi con problemi a rinunciare alla vita sociale a scuola, elemento fondamentale per la loro crescita, sia fisica che psicologica.

Confidando in un mondo più a misura d’uomo, con tutto ciò che questo comporta, impegniamoci personalmente, ciascuno nel proprio piccolo, a limitare i danni delle barriere architettoniche (e psicologiche…) di tutte le persone disabili che incontriamo lungo il nostro percorso di vita: sarà un aiuto fattivo per loro e un accrescimento interiore per noi.